venerdì 23 ottobre 2009

Canto Quarto

Secondi passati immoti, di sogni
popolando con ninfe allegri giochi,
per breve sonno fui steso; ritegni
non ebbi a dormire su freddi solchi
che del luogo erano pavimento.
Ma sollievo ad orrori sì biechi
non v’è; svegliato con colpi cento
di zampa rovescio, tale la forza
da staccare teste, vidi distinto
del fido compagno le zanne. Scorza
dura la pelle, qual buccia di pesca
protegge l’interno, dolore smorza
per nulla, che la visione si offusca.
Ripresa del viandante la forma
migliore, sanato dai danni, losca
camera osservo e desiderio d’arma
volge al pensiero mio, che l’antro cupo
paure antiche richiama; rafferma
l’aria, sospiro non mette, lupo
sembiante il fumo ci avvolge tetro,
solo esso qui è presente, dirupo
profondo d’un nulla evitammo, che entro
la luce del cero l’orlo scorgemmo.
Seguendo del gatto il passo scaltro,
balzando tra crepe, gole passammo,
brecce tra rocce contando, fumose
forme e pennacchi di nebbia cogliemmo
soltanto; memore d’incendi, cose
di tempi ormai passati, l’acre odore
che respiro toglie e lacrime ombrose
fa versare all’animo mio, cuore
ancora non regge tali ricordi,

su tutto regnava. Quanto dolore
costa questo andare per corsi lordi
di fuliggine e braci ardenti? Quale
prezzo sto pagando? Quali balordi
motivi mi hanno spinto del male
traversare l’orribile distesa?
Sava, tua è la colpa e nulla sale
ad onore per quel che vidi; pesa
fardello quella spada, maledetta,
si spezzi come spezzò dell’attesa
la vita mia; mai scalare vetta
senza conoscerne i perigli angusti,
eppure a questa impresa, eri matta,
mi lanciasti; qual curiosa, vesti
spulciando, in bancarelle di mercanti
Nalimensi, del viaggio molesti
consiglieri, di sapere volenti,
foste tu e quell’incantatore vero
che a filosofare tendeva. Menti
fini tale cammino mai avrebbero
proposto! Comunque al danno compiuto
non v’è riparo, della stesa il mero
fumo tutto copriva, senza aiuto
alcuno procedemmo, ne i dannati
disturbare si poteva; di muto
lamento, i volti deformi privati
di vista, percorsi da pinnacoli
grigi che entro e fuori da stipati
corpi corrono, respiri refoli
solo permettono; qual infame
prodezza compirono, che da proli
perverse questa tortura di grame
sementi soffrono? Vedere l’ombra
d’uomo noto soffrire per lame
di fosca natura il dubbio tra membra
ghiacciate non solse. Nel vivere
nostro, della Terribile le labbra
veci per tempo fece, che collere
a Nalim non diedero danno alcuno;
ma, folle corsa, Alarico al potere
tese le mani, non trovando pruno
di frutti provvisto tra vecchie mura,
Karmisia ai propri servigi tribuno
si pose e mai a dolo fu posto cura.
Pensiero non s’ebbe per la sua sorte,
qual misero fato colse e perdura,
quando del cuore giunse la morte;
notare la sua figura tra queste
distese, stupore pose tra aperte
braccia, ma di colloquiare, triste,
non fu concesso tempo; del custode
il passo si fece cauto, viste
tra i fumi di guardiani le code.
Di esile corpo, le braccia possenti
in artigli, lo sguardo corrode
maligno del volere forza, denti
aguzzi come lame completano
il quadro; del pericolo tremanti,

tra due file ci muovemmo, d’un vano
la strada posero; non uno mosse
verso di noi, ne grido volse, strano,
quando alla porta giungemmo. Con rosse
tende a decorare l’entrata, l’antro
passammo guardinghi, nero trasse
che solo il lume di visione metro
fece. D’un tratto con sordo rumore
le ante si chiusero, di travi destro,
colsi coi lobi sinistro stridore.

sabato 17 ottobre 2009

Canto Terzo

Come l’aurora sorge tra i ghiacci,
fulgida, cristalli perenni luce
rifrange d’arcobaleni capricci,
così mi parve fatto, quando il duce
mio in cima alla scala giunse, l’antro.
Quanti gradini calcai non deduce
memoria, che chiocciola stretta dentro
la roccia seguimmo per ore; le volte
complesse, fin dalla cava di vetro,
osservai con orrore per le molte
pene che alle anime vengono imposte.
Del cero la fiamma accesa, alte
colonne di ghiaccio e stanze vaste
di colori inondavano lo spazio,
come farfalle d’estate le coste
di Angamor riempiono. Artifizio
di natura, per questi ambienti
spediti procedemmo senz’ozio,
che il gelo battere faceva i denti.
Curioso al volgere delle sale,
come gatto che esplora bastimenti
novelli, la fattura senza male
di quel luogo osservai da vicino;
narrare come posso del ferale
ambiente lo strazio che il destino
pose in cuor mio, Lhyra te invoco
a tenere la penna almeno sino
al concludere novella del loco!
Figura d’elfo colsi nella stele
di ghiaccio chiusa, occhi col fuoco
ancor vivo fissarono, fiele
stillante, la mia sagoma; subito
ritrassi d’un passo e come di tele
svelati i segreti, di kender cito
le forme, e orchetti, e nani in teche
cristalline scorsi. Per quale sito
giunsi non ricordo, di fronte a fosche
stanze fermai il mio fuggire, la guida
lasciata dietro alle sembianze losche;
come del vento il sussurrare fida
dei cantori, del lazzo e del deriso
viene fatto zimbello, così rida
chi alla mia verità si ponga inviso.
Di corpo umano la sostanza nota
pareva in quel blocco incompleto; liso
non sembrava dal tempo che ruota
senza sosta ed il volto dalla pena
sua resi libero: “Quale sorte immota
spinge un Dragone a venire sirena
di vita per l’alma di Federico
Squarcialupi? Dannato tu sei, lena
cerchi per le tue colpe? No, io dico,
vivo rimani che di corpo odore
l’aria assume.” Al cogliere aulico
del condottiero il nome, l’onore
ribelle ancora lo acclama, d’un tratto
mi trovai due passi indietro; dolore
non colsi su quell’uomo trafitto
dai veleni di Treon e il motivo
gli chiesi di questa tortura: “Atto
non feci, ne patto accettai vivo,
che per tale prigione mi condanni.
Nessun giudizio di reo viene privo
di prove, eppure emesse perenni
sentenze furono per molti. Come
giunsi in questo blocco non so, insonni
non fummo, fin quando il gelo nome
non prese. Questo solo inferno atroce,
pungente, io non osservai; quali some,
nel fuoco camminammo, qual croce
pesa la pena sulle nostre spalle;
quale motivo ti spinge alla foce
di questo corso?” Il lume di frolle
cangianti riempì la cava, fronte
faceva al buio con riflessi mille
e di Federico il quesito, errante,
rispose. Poi ratto riprese: “Breve
non è la tua via, pazzo incosciente,
che credi di ottenere? delle leve
degli Dei il vero non puoi sapere,
ne affrontare la loro ira. La neve
si scioglie in acqua per loro volere,
per loro capriccio si combattono
guerre; oltre quest’antro giacere
del fuoco, aspra pena, patrono,
ed ancora per il fumo noioso
dovrai passare; dell’acqua, non sono
certo, edotto già sei, e, curioso,
del ghiaccio la pena non sei ignaro.
Altro ho da dirti.” Giunse doloso
morso dal mio fido guardiano, raro
attacco a punire il mio andare solo:
“Attento, mortale, castigo amaro
ti spetta, da Rhas immortale.” Volo
non feci grande, del gatto la forma
seguendo dappresso, su cigolo
sospetto del pavimento, conferma
dell’ultimo dire appresi; spezzato
fu il ghiaccio che il peso poggiava orma,
e caddi nell’abisso senza fiato.

lunedì 12 ottobre 2009

Ecate

Questo racconto avrebbe dovuto partecipare al quinto concorso letterario BC, cosa che però non è avvenuta per una mera questione di tempo: quando decisi di scriverlo il termine per la consegna dei racconti era scaduto... 


Il vento passò ancora una volta tra le fronde della quercia, facendo stormire le foglie ingiallite dall'autunno, mentre lei aspettava; era passato parecchio tempo dall'ultima volta ed attendeva con impazienza che arrivassero, era addirittura in anticipo per non perdere minuti preziosi in loro compagnia: in fondo quella era una giornata speciale.

L'incrocio era deserto da ore, disperso nel bel mezzo della campagna, il silenzio interrotto soltanto dal canto dei corvi e dal gorgoglìo di un canale d'irrigazione. Giunsero dalla strada ad est, con la luce della luna appena alzatasi alle loro spalle, con passo tranquillo e l'aria serena; quando le vide le fece un gesto di saluto e sorrise:
"Ciao! Come state? Tutto bene?"
 "Ciao piccola, noi stiamo bene, e tu?" disse la più piccola delle due figure, una donna anziana dalla pelle segnata di innumerevoli rughe, i capelli bianchi raccolti in uno chignon d'altri tempi.
"Nonna, ormai sono una donna, non chiamarmi piccola!"
"Per me resterai sempre la mia piccola" rispose la nonna mostrando un lieve sorriso "il viaggio è stato faticoso, ci sediamo?"

Si accomodarono alla base della quercia  dove un piccolo falò ardeva consumando rametti e foglie secche, appoggiando la schiena al grande albero e fissando l'incrocio illuminato dalla luna:
"Allora, tesoro, cosa ci racconti?" Fu l'altra donna a parlare, una signora imponente e dall'aspetto severo.
"Va tutto bene, mamma. Sono a capo di una squadra, lavoro sodo e bene, faccio dalle 10 alle 12 ore, spesso salto anche la pausa pranzo; Io e Giulio stiamo pensando di comprare un appartamento un po' più grande di quello dove stiamo, il mutuo è un bell'impegno ma dovremmo farcela"
"Quando vi sposerete?" chiese la vecchia
"Sposarci? E perché?"
"Il matrimonio è importante" rispose l'altra donna
"Il matrimonio non vale niente, è un'inutile vecchia istituzione" disse la giovane donna
"Bah! Vivi nel peccato!" rispose la nonna, guardandola fissa negli occhi "Il matrimonio è la garanzia di una famiglia stabile e di un ambiente sano per i propri figli! » la sicurezza di avere un uomo a fianco che ti protegga e si occupi di sfamarti, sempre, mentre tu ti occupi della casa e di crescere i bambini. Con un marito non saresti obbligata a lavorare"
"Mama, i tempi sono cambiati" intervenne la donna imponente.
"Anche tu ti sei sposata"
"Sì, perché lo amavo. Ma anche dopo il matrimonio ho continuato a lavorare, perché altrimenti non saremmo mai riusciti a crescere lei e i suoi fratelli, a dare loro le possibilità che noi non abbiamo avuto. E non mi sembra di aver fatto un cattivo lavoro"
"E allora perché dovrei sposarmi?"
"Per rendere il tuo rapporto più solido, per legarlo a te con una promessa indissolubile"
"Sotto la tutela di Nostro Signore" aggiunse la vecchia
"Mama, l'importante è la promessa: che a testimoniare sia un prete o un ufficiale dello stato è lo stesso"
"Il matrimonio è sacro! Lo stato non può intromettersi"
"Ma io non voglio un legame così forte. È una condanna, una prigione... io voglio essere libera!" esclamò la giovane
"Tuo fratello si è sposato!"
"Se lui è scemo, io che ci posso fare?"
"Rispondimi, lo ami il tuo Giulio?"
"Ecco, mamma... beh, sì, credo di sì... a volte litighiamo ma mi pare normale, litigavate spesso anche tu e papà... però, ecco, a volte..."

La luna splendeva nel mezzo di un cielo limpido e stellato, stendendo un velo azzurrino di luce sui campi di grano e trifoglio
"Sei sciupata, tesoro, dovresti lavorare di meno"
"Non posso, mamma, c'è così tanto da fare..."
"Tuo padre ed io non abbiamo rischiato il carcere per vederti lavorare così tanto"
"Ti sei scelta un lavoro non per te, piccola" intervenne la vecchia "Le donne non sono adatte a comandare, non è il loro ruolo"
"E quale sarebbe un lavoro per me, nonna? L'infermiera? La segretaria? La commessa? Non ho studiato e faticato tanto per poi far decidere altri"
 "E cosa ci sarebbe di male? Una donna che lavora quanto tempo può dedicare ai suoi figli? O a suo marito? Ho lavorato anch'io quand'ero signorina, sono andata a servizio da una signora di città, mi sono spaccata la schiena a pulire, cucinare e badare alla loro casa, ma appena mi sono sposata ho smesso, perché i miei doveri erano altri. C'era un maggiordomo a dirigerci e non ho mai pensato di poter prendere il suo posto."
"Mama, cos'ha un uomo che una donna non può avere?" rispose la signora dall'aria severa "Quando ero in fabbrica ho scioperato per avere condizioni migliori, giorni di ferie e malattia garantiti, diritti che oggi sembrano ovvi. Suo figlio ha manifestato per il riconoscimento della maternità, ha subito le cariche della polizia, ha affrontato i lacrimogeni per avere un posto di lavoro più sicuro. E per non essere pagato una miseria. Io stessa sono scesa in piazza per reclamare pari diritti alle donne. E non ho mai smesso di lavorare."
"Ma anche tu non hai mai pensato di metterti a capo della fabbrica."
"Vero, ma sia io che lei non abbiamo studiato abbastanza; però ho lottato perché a mia figlia quegli studi non fossero negati, e lei, da genitori operai è diventata dottoressa"
"E io non ho ancora smesso di ringraziarvi per tutti i sacrifici che avete fatto per me" disse la giovane
"Oh Signore Benedetto, ma fare il soldato è un lavoro da uomini! Anche se da ufficiale, rimane comunque un compito per gli uomini"
"Perché, nonna, perché? Non mi manca la capacità di reagire, ne la decisione, ne il coraggio, ne la testa per fare il militare. I tempi sono cambiati, difendere la nazione non è più una prerogativa maschile, e io voglio fare la mia parte"
"Anch'io avrei preferito scegliessi un'altra carriera, ma è la tua vita ed è giusto che sia tu a deciderne le sorti. Io sono orgogliosa di te"
"Grazie mamma" disse la giovane sorpresa, con un accenno di commozione nella voce; non era abituata a sentire sua madre farle un complimento, erano molti di più i rimproveri e le sgridate per le bravate che lei e i suoi fratelli avevano combinato.
"Va bene, i tempi sono cambiati, anche troppo per me, però ora dovresti riflettere almeno un po' sul tuo futuro; soprattutto adesso, nelle tue condizioni"
"Ti prometto, nonna, che lo farò"
"È tardi, mama, sarà meglio andare"




La sveglia eruppe nel silenzio della camera da letto col suo fastidioso, squillante trillo, mentre con gli occhi aperti già da qualche minuto la ragazza stava riflettendo, cercando di tenere a mente il più possibile di quello strano sogno; sua nonna aveva ragione, ora le cose erano diverse, doveva rifletterci, forse avrebbe dovuto cambiare qualcosa, anzi sicuramente avrebbe dovuto cambiare qualcosa: avrebbe rinunciato alla missione, nelle sue condizioni non avrebbe mai ottenuto il permesso per andare a rischiare la vita dall'altra parte del mondo. Doveva dirlo a Giulio, ancora non aveva idea di come, ma doveva dirglielo; In fondo, quello che portava in grembo, era anche suo figlio.

giovedì 8 ottobre 2009

Canto Secondo

Passata la porta mi trovai, d’un tratto,

in un’ampia caverna scura, che il lume
ben poco illuminava; per ogni anfratto
un’ombra rifletteva, come barlume
di paura. Fissai, chiusa la porta,
la mia guida che dell’antro le brume,
con occhi curiosi, esplorava accorta.
Quale posto era quello? Di che inferno
era parte quell’ampia grotta torta
ed inquietante? Forse qui attorno
passavano le anime condannate?
Questi quesiti tuttora discerno
tra ricordi e vaghe immagini nate
allora che la mia mente mantiene;
ma al tempo, tra scure nebbie portate
nella notte, m’accorsi da orme piene
che del gatto le tracce persi. Ratto
seguii delle zampe il corso, pene
soffrendo per il terrore che sotto
a quella volta il cuore t’attanaglia;
giunsi greve fino un passaggio rotto
nella roccia come piccola faglia.
Entro un corridoio angusto il custode
attendeva l’animo mio alla soglia;
come scavato da talpa che rode
di verdure le radici sembrava,
talmente stretto che l’avanzare ode
non merita, che pure strisciava 

la guida. Percorso il lungo budello
di rocce e massi composto, brillava
l’uscio di una fosca luce, tranello
temendo la testa sporsi cauto
e nebbia marina m’avvolse il collo.
La vista della cala rese muto
dei lamenti per il tragitto l’animo
mio; bianca spiaggia, di flauto
le melodie tra le rocce, limo
sugli scogli affioranti, splendente
tutto colse. Il felino, d’attimo
correndo, balzò su una galleggiante
barca posta a riva, pronta a salpare,
e fissò me con occhio bruciante;
altra via non v’era per cui trovare
la cava ove Rhas regnava? Non feci
in tempo la domanda a formulare,
onde enormi travolsero, dispreci
pietà, la rada frangendo forti
inondavano, e di pinne veci
i miei arti fecero; per sorti
fauste giunsi al naviglio leggero
che lentamente verso mari aperti

procedeva. Issata sull’albero
la vela, dal vento sospinti traccia
non v’era più della cala; invero
sol acqua si nota, tra i flutti breccia
non fanno scogli, ne alghe, ne d’isole
all’orizzonte si staglia la roccia;
sol onde si perdono in lente fole
fin dove l’occhio vede: caddero
gocce su vesti già zuppe e mole
felina, che sulla prua fiero
era posto, da cieli gravidi
d’acqua e saette lucenti nel nero.
Ore passarono in cerca di lidi
nuovi cui approdare, finché un guizzo
notai tra i flutti; d’umano vidi
una figura con furioso spruzzo
nuotare ratto verso il legno nostro,
ma preso venne da essere, nel mezzo
dell’impresa, di orrida specie, mostro
sembiante con coda di pesce, squame
coperto, viso deforme, indietro
spingeva il dannato; sottili lame
ferirono d’un colpo la figura.
Con sguardo furioso, come trame
spezzando, a me si volse: “Tortura
degna vuoi forse fuggire, stolto
dannato? Credi che l’anima pura
tu abbia? Uscire non potrai”. Colto
sprovvisto di difesa, il demone
con rabbia al naviglio lanciò l’assalto,
ratto saltò per prendermi; ciclone
la forza prendendo, con balzo audace
il grigio compagno come leone
con rapida zampa un braccio capace
dei quattro staccò di netto; con soffio
minaccioso per l’essere rapace
sconfitta annunciò: “Vattene! Il giusto fio,
mortale, pagherai per l’ardire
tuo.” Così parlò reggendo del graffio
il dolore. Altro disturbo all’ire
nostro non fu commesso, ma galera
imponente, scura, che al progredire
tra i flutti, dannati coglieva mera
e dannati gettava, lungi vidi
navigare l’infinita sua crociera.
Infine al viaggio in celati lidi
giungemmo ad un isolotto spoglio;
il custode per caverna intravidi
andare e dietro a lui mi mossi sveglio.

venerdì 2 ottobre 2009

Canto Primo

Nel mezzo del salon d'una taverna
mi ritrovai sul fil d'una spada
che sulla morte mia non si discerna.
Ora, della vita più si aggrada
chi tempo ha per adorarla mesto
che nera Signora accoglie rada,
e l'animo mio fu molto lesto
a rimediare fede per il vuoto
che, scuro, l'avrebbe avvolto presto.
Corsi per corso celeste ignoto,
tra nubi e cieli giunsi ratto
e il cuore alla visione è devoto;
quel che vidi, sembrare di matto
fantasia accade, seppur vero,
e di narrare a voi ne faccio fatto.
Mi trovai d'un tratto con un cero
dinanzi ad un palazzo antico,
attraversai di oro e marmo nero
il pavimento d'ingresso amico
fino ad una porta di fregi adorna;
quali gesta narrate non vi dico,
mai memoria di allora torna
di tali figure così splendenti,
di magnifica fattura le corna,
di grande perizia gli adunchi denti;
di più sfugge al mio intelletto sano.
Spinsi l'enorme portale in avanti,
leggero come piuma, fu strano,
si mosse, lasciando un grande varco
che di luce mi inondò. Come soprano
la voce supera il coro, dall'arco
giunse un profumo invitante, caldo,
di arrosto, che mi guidò entro il parco.
Tale era la sala che presi baldo
oltre l'entrata, adorna di piante,
di fiori immersa era, come araldo
mi feci avanti, cauto, l'istante
in cui vidi una tavola imbandita
e cinque scranni fatti per gigante;
attorno a tal gioia della vita,
trovai assieme gli dei antichi
che veneriamo divisi. Sita
in fitta discussione, Rhas con occhi
crudeli d'un tratto mi vide e d'ira
colma, voce possente: "Cosa cerchi?
Cosa al nostro cospetto ti attira,
misero unto di sì poco cervello?
Qual dannato vuoi, che respira
nuova vita e peggiore fardello?
Chi ti ha guidato fino alla nostra
dimora, che pur mortale non fallo
d'ingegno, visitare non osa?" Tra
tremiti e paure il lume mostrai,
con espressione stupita e tetra
gl'immortali volti attorno attirai
alla flebile fiamma, che ardeva
leggera; come in sogno serrai
il cero che così tanto prendeva

gli dei riuniti, fino a quando
m'accorsi di Faith che rideva:
"Giovane mortale, lumi cercando

sei giunto a codesto palazzo,
il pericolo imprevisto affrontando
di non tornare al vivere te avvezzo.
Folle o impavido che sia, gli inferni
di Rhas vedrai, ma nel tetro pozzo
solo non ti lascerò; perché torni
una guida esperta avrai al tuo fianco,
purché gli dei tutti in questi interni
siano d'accordo." Fu così franco
il discorso che gli altri commensali
a obiezione non diedero banco.
Lolt coperta da sottili strali
di seta, Ashanna foglie ridente,
consenso portarono senza mali,
Jaboth guerriero possente
di Rhas l'ultima parola aspettava:
"Misero stolto, mortale imprudente,
che pensi di trovare nella cava
dei più oscuri regni che io proteggo?
In quale prodigio credi ove grava
pianto d'anime morte cui traggo
l'immenso potere che possiedo?
Qualunque cosa nel regno che reggo
tu stia cercando invero non credo
la troverai; vai pure, mortale,
alle domande risposte non vedo."
Terrore colse allo sguardo regale
l'animo mio, fermo in quel luogo,
l'amaro permesso così brutale
lasciato m'aveva senza sfogo
al dire mio, che la lingua pare
di ghiaccio bruciare come rogo.
Aperta fu una porta e stagliare
sull'uscio di gatto una figura
vidi: "Giunto il tempo per te di andare,
giovane umano; Nebbia avrà cura
di portarti in salvo tra gli aviti
regni di Rhas immortale." L'oscura
porta varcai con due passi arditi.

lunedì 26 gennaio 2009

Volata

“20 a 17! Finita.”
“Che dite, ne facciamo un’altra?”
Una dozzina di sguardi si alzano verso il cielo su cui si stanno addensando nubi nere cariche di pioggia; il temporale di fine agosto preannunciato dal meteo sta arrivando a porre fine a quest’afosa estate durata più del dovuto.
“Ho idea di no. Io vado. Ci vediamo settimana prossima.”
Saluto i miei compagni di gioco di questo campetto da basket, dall’altra parte della Metropoli Nebbiosa rispetto a casa mia; con una breve rincorsa salgo in sella e mi avvio lungo viale Sarca, mentre il vento comincia a soffiare sempre più impetuoso: il sole, finora implacabile, comincia a impallidire. Meglio non perder tempo.
Passo in viale Zara pedalando a più non posso, nella speranza di tenere la tempesta dietro di me, attraverso vie e piazze sfrecciando alla massima velocità permessa dai miei muscoli affaticati, dentro di me prego che il semaforo in fondo al ponte di Carlo Farini mi sia amico.
É rosso!
Non posso fermarmi.
Non posso fermarmi.
Non posso fermarmi.
Come un proiettile mi lancio per la discesa, svoltando a destra per il Monumentale, inseguito dall’ombra sempre più cupa di tonnellate d’acqua pronte a riversarsi su questa città arsa dalla calura, il pavè di via Procaccini è così sconnesso che mi costringe a rallentare un po’ l’andatura; appena immesso nel controviale di corso Sempione mi sprono per un’altra accelerata: l’asfalto scorre sotto le ruote rapido, il sole, seppur pallido, resiste all’inevitabile avanzata di un cielo nero come la pece attraversato da lampi bluastri. La fatica delle ore giocate sotto il sole rovente comincia a farsi sentire, le gambe accumulano acido lattico e ogni giro di pedale diventa sempre più difficoltoso, ma non posso cedere, il vento mi spinge quasi furente mentre i contorni delle ombre svaniscono intorno a me; in piazza Napoli un semaforo mi costringe ad una sosta, preziosi secondi scorrono nell’attesa del verde. Qualcosa mi colpisce sulla testa, qualcosa di freddo e bagnato; gocce di pioggia qui e là cominciano a colpire l’asfalto e le poche auto parcheggiate lungo i marciapiedi; ai miei occhi il ponte di Carlo Troya sembra il passo del Gavia, inespugnabile, forse dovrei cercare un riparo e lasciar sfogare la tempesta, forse... Ma dove? In questo agosto fatto di marciapiedi sciolti, di carrozzerie arroventate, di tram deserti, le vie appena fuori dal centro non sono altro che un susseguirsi di portoni chiusi e serrande abbassate, non un bar, non un portone dove ripararsi: non c’è scelta.
Al verde imprimo tutta la potenza che posso esprimere sui pedali, cercando una velocità che mai ho raggiunto, nella speranza che lo slancio mi aiuti a superare l’impervia salita, senza rendermene conto scollino dal ponte pedalando come se non ci fosse un domani, con le gocce di pioggia che cadono dietro di me, mastini che per un soffio hanno mancato la preda. Rapidamente percorro viale Cassala e viale Liguria prima di svoltare in Ascanio Sforza, curvando in piega come un motociclista, il pedale sfrigola sull’asfalto ruvido della curva scaturendo qualche scintilla; la ruota dietro scivola, forse mi sono piegato troppo, non può tenere.
Non posso cadere adesso, ancora un istante, chiudo la curva, tieni, dai, tieni, ti prego, ti prego, ti prego.

Un attimo dopo percorro la via costeggiata dal Naviglio Pavese mentre il vento si fa sempre più impetuoso e minaccioso; giunto al mio portone copro la bici col suo telo impermeabile e percorro le scale. Sono le 17 e 14, 59 minuti dopo la mia partenza dal campetto. Allo scoccare del quarto d’ora la grandine tempesta sul tetto del mio palazzo.

lunedì 25 febbraio 2008

Asterischi

Asterisco.
Asterisco.
Asterisco.
235 istruzioni da commentare, un lavoro adatto ad uno sbarbatello fresco di corso e che invece tocca a me, come tutti i giorni passati e come probabilmente tutti i giorni futuri fino a che mi diranno basta così, arrivederci e grazie per tutti gli asterischi. Dopo anni di applicazione, di professionismo, ritrovarsi sempre e comunque a disinnescare parti di programmi spesso delicati perché quelle procedure non sono più applicabili è un lavoro ripetitivo e quantomeno noioso.
Asterisco, asterisco, asterisco.
Mi sembra di essere un disco rotto, sempre le stesse lamentele, sempre a far notare quanto sia avvilente e frustrante il mio lavoro:
- Ma perché non cambi? - Mi aveva chiesto Susanna, 3 mesi fa, mentre davanti al solito drink serale snocciolavo nelle sue orecchie la stessa tiritera; non ne potevo davvero più di continuare a quel modo, senza mai vedere qualcosa di diverso da fare.
- Non è un momento facile per il mercato dell'informatica, le aziende non investono e c'è poco movimento; si dice che la situazione non può continuare così e prima o poi qualcuno comincerà un progetto grosso, ma al momento tutto tace.
- Secondo me non cambi perché te la fai sotto! Sono mesi che ti lamenti di quanto è noioso eppure non fai niente per migliorare la situazione: hai cercato di farti dare qualche altro lavoro dai tuoi capi?.
- Da loro non c'è altro lavoro se non quello; gli ho chiesto se c'era altro da fare, qualche programma nuovo, ma mi hanno sempre risposto picche.
- E allora cambia posto! Cercane uno dove ti facciano fare qualcosa di diverso, altrimenti finirai ad ammuffirti!
- Ma il mercato...
- Il mercato non c'entra! se sei così stufo di cosa stai facendo, ti conviene cambiare, e pazienza se per qualche giorno non si lavora.
Asterisco, asterisco, asterisco.
Sotto la spinta dell'insofferenza verso la mia attività avevo cominciato a far girare la voce tra i miei ex-colleghi, gente che nella mia decennale carriera avevo incontrato dai clienti più disparati, nella speranza che uno di loro mi offrisse un'occasione, una scappatoia da quella situazione ormai insopportabile; dopo un mese dalla mia chiacchierata con Susanna, Giovanni, uno con cui ho lavorato per 3 anni nel petrolchimico mi scrisse una e-mail, invitandomi a chiamare un numero per fissare un colloquio con la sua azienda, una di quelle ditte di consulenza informatica che vivono affittando i propri dipendenti ad altre aziende. Con nulla da perdere, tirai fuori dal taschino della camicia il mio cellulare e composi il numero, dopo qualche squillo mi rispose una voce giovane e squillante, di sicuro una ragazza sui vent'anni, che in breve mi fissò un appuntamento col loro responsabile del reclutamento. Tre giorni dopo mi presentai all'indirizzo fornitomi, forte del mio curriculum e della buona opinione di Giovanni sul mio operato professionale; non era il primo colloquio che affrontavo, eppure mi sentivo nervoso, come se fossi stato alle prime armi di fronte alla grande occasione:
- Prego, prego, si accomodi pure. - Il responsabile è una signora sulla quarantina d'anni ben vestita, ma per nulla appariscente, accanto a lei si trovava un signore più o meno della mia età, impeccabilmente vestito in giacca e cravatta col sorriso smagliante e lo sguardo sicuro, uno di quei tipi con abbastanza faccia tosta da vendere il ghiaccio agli esquimesi: sicuramente un commerciale.
- Grazie.
- Io sono la signora Maifredi e questo signore qui accanto è il signor Ambrosini, il nostro responsabile al collocamento dei programmatori presso i nostri clienti. Possiamo offrirle qualcosa? un caffè?
- Oh,sì grazie mille
il sorriso amichevole della signora Maifredi in qualche modo mi tranquillizzò e mi permise di compiere un normale colloquio di lavoro, in cui ripercorsi la mia carriera professionale dagli inizi, sottolineando le esperienze avute in manutenzione software.
Asterisco, asterisco, asterisco.
Da quel colloquio erano passati altri 40 giorni, 40 giorni in cui il telefono era rimasto muto:
- Appena avremo una posizione da offrirle la contatteremo - mi aveva detto il signor Ambrosini col suo sorriso smagliante da pescecane.
Avevo già pronta la lettera di dimissioni, dovevo solo metterci la data, e nel frattempo continuavo la mia monotona attività, non ne avevo proprio più per quel lavoro ed ero pronto a rischiare il tutto per tutto. Quella sera presentai la lettera ai miei capi, con 15 giorni di preavviso come da contratto.
Asterisco, asterisco, asterisco
Due giorni dopo Ambrosini mi telefonò:
- Salve signor Valsecchi, si ricorda di me?
- Buonasera, sì sì, mi ricordo. Ha delle novità?
- Uno dei nostri clienti migliori ci ha appena inoltrato una richiesta per una posizione che sembra proprio adatta a lei. A quanto pare un loro cliente si è trovato a dover coprire un buco d'organico per un progetto estremamente urgente, tanto urgente da non richiedere nemmeno un colloquio; viste le richieste mi è venuto in mente che il lavoro la potrebbe interessare. Riesce a liberarsi un paio d'ore per domani mattina?
- Sì, non dovrebbero esserci problemi. Dove ci troviamo?
- Si presenti alle 8.30 in sede da noi, l'accompagno io dal nostro cliente. Lei si rilassi stasera e non si preoccupi, andrà tutto bene. A domani.
- Arrivederci e a domani.
Stentavo a crederci, avevo una possibilità di cambiare! Come non mi succedeva da tempo la giornata mi sembrava stupenda e un largo sorriso era sbocciato sulla mia faccia.
Asterisco, asterisco, asterisco.
Il secondo colloquio andò benissimo, mi dissero che era necessario qualche giorno prima di poter cominciare dal loro cliente, questioni burocratiche da sistemare, ma che ero davvero la persona adatta per quel particolare progetto: Manutenzione software di un applicativo bancario che per le ultime norme sulla trasparenza doveva subire pesanti modifiche. Un progetto simile a quello che stavo seguendo al lavoro! Sì, ero decisamente l'uomo adatto, fresco d'esperienza sul tema.
Qualche giorno dopo i miei ormai ex-colleghi mi fecero una festa d'addio durante la pausa caffè; ero commosso e sinceramente mi dispiaceva lasciarli, persone con cui ho condiviso mesi e mesi di lavoro e di discussioni sul campionato e sulla politica.
Asterisco, asterisco, asterisco.
Dal finestrino dell'X5 del signor Ambrosini, quelle vie mi sembravano fin troppo familiari. Dopo qualche giorno passato a sciare, finalmente era arrivato il momento di conoscere il mio nuovo posto di lavoro; che tanto lontano dal vecchio non sembrava, visto che il commerciale mi stava portando nello stesso quartiere. Sapevo che in quella zona si trovavano altri centri di elaborazione dati, eppure una strana sensazione si era impossessata della mia mente, sensazione rafforzatasi quando Ambrosini imboccò la via del mio vecchio ufficio. Di fronte all'ingresso di quel palazzo che ho frequentato per anni ci aspettava il cliente, col suo sorriso smagliante che dopo pochi convenevoli ci fece strada verso la mia nuova postazione; quarto piano, le facce dei colleghi che avevo salutato solo una settimana prima mi guardavano con stupore, qualcuno stava trattenendo a stento uno scoppio d'ilarità perché aveva realizzato l'assurda situazione in cui ero incappato
- Toh, guarda chi c'è! ma non ci eravamo detti "addio" una settimana fa? con tanto di fazzoletti bianchi?
Non ci potevo credere. Era assurdo. È assurdo
Asterisco, asterisco, asterisco, asterisco...