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martedì 2 marzo 2010

Canto Settimo

Lume non persi, ne steso rimasi
molto, che salvo per quelle pianure

non ero. Dall’arco passati rasi
dell’arma persi il contatto, di mure
colsi l’eterno stare tra immobili
spazi; come del cantore letture,
d’amori e imprese si cercano i fili,
col lume ad unica fonte del gatto
traccia non rinvenni, segni flebili
della sua presenza scomparsi. Patto
fu sciolto? Nella battaglia ai demoni
non sopravvisse? Qual sorte tratto
teneva ora l’animo mio, grifoni
volteggiavano per volte di lame
decorate, tintinnare pavoni
con piume di cristallo, infame
incubo, sentii attorno. Attesa
non feci, ne indietro tornai per trame
svelare degli ultimi dubbi, pesa
il cuore abbandonare compagno,
rapido mi volsi della distesa
ad osservare l’aspetto maligno.
In fronte stava foresta di pali
composta, catene a far del legno
rami e foglie, brezza leggera strali
muoveva di malinconie amare,
gioie perdute, di piccoli mali
i dolori mostrava a perorare
cause d’innocenza. Passi mossi
svelto e per sentiero stretto andare
presi con miraggio d’uscita; assi
non notai, per il peso mio cedenti
in profonda fossa caddi, riflessi
non furono, per evitare, pronti,
della trappola l’inganno. Da rete
fui avvolto, come sarda da pescante
naviglio intrappolato, tra discrete
file di folli figure fui alzato
e ad alto palo legato. Facete
risa di giubilo i demoni fiato
diedero, occhi luccicanti, labbra
torte in malvagi ghigni, perlato
stridore di unghie e corna su scabra
colonna del loro terribile antro
la punizione conobbi. Tenebra
giunse e di paure, disprezzi, d’atro
rimorso mi colmarono; lacrime,
ancora una volta, corsero, latro,
tra solchi già noti, per infime,
bugiarde passioni che per piacere
dei guardiani provavo prime.
Del supplizio vittima rimanere
non era destino, dell’aguzzino
la mole possente vidi cadere;
tripudio di gioia si spanse fino
a spaventare dei demoni menti,
con risa accolsi del grigio felino
l’attacco, le zanne nel collo entranti
in breve l’essenza del servo oscuro
strappò. Con rapidi colpi furenti
del corpo fece brandelli, del muro
di pianto briciole attorno sparse,
come di Theratos, fulmine puro,
la forza colpisse; con furia d’orse
gravide dieci, del palo i ferri
spezzò ratto, libero fui, e corse
tra piloni di anime perse, verri
evitando. Pena di natura aspra,
quante volte siamo noi stessi, serri
nella cerca del meglio nostro sopra
ogni cosa, ad infliggere pene
e dolori di tal guisa? Tempra
d’acciaio non tutti forgiano bene,
in schegge si spezza, colpi mancini
tra pieghe metalliche astio ottiene,
a soffrire per crudeltà, inclini
a lasciare col destino la lotta,
e per nostre scelte di manichini
prendere forma e sentire. Retta
ragione a guida va posta, moti
d’animo a costante controllo metta
chi dai sentimenti doli vuoti
non vuole provare nella vita.
Altri ostacoli nel correre noti
non si fecero, tra i pali, trita
sofferenza esposta, nulla si pose
ad avversare il nostro ire; gradita
sorpresa non fu trovare, tra rose
rosso sangue e bianco neve, rovi
difesa, dell’inferno le penose
arcate. Varcare senza nuovi
tagli possibile non era; tempo
non avevamo, paura di covi
nascosti ed altra trappola nel campo
tenevo. Ma a soluzione diversa
non giungemmo e l’irta strada, che lampo
sembrava, di spine, coperta morsa,
affrontammo; punture da piante
molte subimmo, ma tenace corsa
tenemmo, fino della meta fronte.

domenica 10 gennaio 2010

Canto Sesto

Breve fu del pendio l’ascesa dolce,
che mirare della cava scenario

prese tempo e stupore; quale pulce
che da schiena osserva di grimorio
gli scritti arcani, così, con pupilla
fissa, meraviglia appresi d’avorio,
di perle e di quarzo l’arte più bella.
Ma il cammino nostro per queste sale
proseguire non era volto; molla
scattante, il custode per portale
d’alabastro e d’argenti rilucenti

intraprese nuovo ire: ferale

fu lo spettacolo di marcescenti

paludi ricolme di pece, vasche
di ceneri nere, d’incandescenti
ferri per strazi, che memorie fosche
di buie segrete grevi affiorano.
Per quale opera di Lubas le ricche
volte che questa gora anticipano

furono costruite? Quale inganno
viene intrapreso? Nessuna mano

disturbare può il fato con senno,
ne concessa scelta alle anime morte
dagli dei. Eppure come sordo inno
di chiacchiere scorre tra le porte,
così tale splendore gloria acclama,

dell’ultima battaglia piega sorte.
Condotto ratto per stretta via grama
tra le pozze ribollenti, macchine

di sofferenza e di dolore trama,

vidi a moltitudine mille, fine
supplizio e rude violenza sortite,

come del mattino le fredde brine,
che a compassione per l’anime trite
muove il cuore. Nell’ascoltare
dei dannati strepiti e pervertite
risa di demoni folli, urlare

colsi d’umana voce del mio nome
il suono; mi volsi per scovare
la fonte di tale trambusto, come
mi apparve ancora rimembro con orrore!
Steso su tavolaccio lordo, some
infernali trazione a percussore

imprimono, aprire con pesante
colpo mobili assi per guide more
scivolano ad arti strappare, lente,
dal corpo, di Jakal von Shar osservai
lo strazio; con passo svelto l’aitante
condottiero, con sforzo nullo, levai

da quella tortura abominevole.
Non fu complesso, la macchina privai
di moto; dei demoni benevole

fuga fui causa io? Del mio compagno

la fama fin qui era giunta? Per mole
non atto allo scontro frontale, regno

fece suo dell’infiltrare, sortire
e sabotare; maestro di spada degno
di nobili corti, fece perire
molti tra i ribelli, per loro mano
di questo inferno gramo prese l’ire.
Sospiro trasse l’anima, malsano
occhio a me volse e parole cariche
di speranza sciolse: “Vivi vagano,

ormai, per mondi non loro? Pudiche
menti i cieli raggiungono in membra
del piano terreno?” Parole parche
usai per rispondere ai dubbi che ombra

si posero al comprendere del fato

lo strano corso: “Come faro libra
luce a guidare navigli per lato
di costa aspro, così la tua presenza
risplende per queste gore; malato
pensiero, follia ti guida, gonza
voglia di sapere fin qui t’ha posto;
per stima del patto che, con costanza,
ci lega, odi d’un misero, pesto,
lacero dannato verbo ed appello.
Dei prossimi inferni, sapere mesto

che poco m’allevia, questo fardello
poco pesa, che a soffrire le carni
sole: avanti dell’anima fallo,
dei tuoi prossimi i dolori, perni

a tortura volti si trasformano;
della dissoluzione e di moderni
piaceri la tomba proverai. Brano
ancora manca al mio canto maligno,
ma lume mi manca, Nuvak legano

con benda nera, l’oscuro disegno

non mostrano a chi cerca. Per l’anima
mia l’Esarca preghi.” Altro, ritegno
ebbi, non chiesi, goccia di stima
discese per il Capitano, strada
ripresi, tra ruote e lame, prima
minaccia, passai indenne; presa spada,
non so da quale fodero estratta,
per affrontare demoni che rada

l’accesso bloccarono fermi. Matta
sapienza, che mai troverò? Preso
non venni da braccia, coda trafitta

in nera arcata mi lanciò disteso.

giovedì 5 novembre 2009

Canto Quinto

Quale strada era per me destinata?
Rispondere non saprei, che l’unica

corsa al mondo mortale era bloccata.
Ma del gatto la coda rivendica
la mia attenzione al nuovo ambiente,
che la fiamma del cero nemica

si pose all’ombre, vittoria mancante.
Mossi due passi e su scivolo liscio
caddi d’improvviso, che per levante
piegava in stretta curva; come fascio

che corre su ruscelli per giungere
alla legnaia, così parvi, straccio,

al fondo della scesa che tenere

dello stomaco il contenuto impresa
ardua rimase. Del corpo le sfere
riprese, con occhi sognanti, tesa

la mano per aiutare il compagno,

del nuovo antro visione fu presa:
alte colonne di fiamme, magno
splendore, sostenevano la volta

bruciante, ignei muri disegno

tortuoso all’arena, come folta

foresta, intrecciavano; di picchi,
massi e ceneri nere per sciolta

materia era formata, da fuochi

d’eterna durata, il territorio.
Come gran forno per d’argilla bricchi,
che mai spegnersi deve, desiderio
d’acqua induce al manovale costretto
alla sua bocca, così pressante rio
la corrente d’aria fece ratto
ricercare di questo inferno uscita.
Col custode tra le mie braccia stretto,
fiamme crepitare da fiorita
fessura d’uso era, per labirinto
ardente il cammino presi. Bandita
ogni memoria d’incendio, qual canto
di sirena d’affetto privo, pire
aggirando e corridoi, affranto,
seguendo per lunghi tratti, dire
non saprei quale breccia intrapresi
che colonna di penitenti l’ire
incrociai. Da grandi croci offesi
di acciaio rovente, che mai stempera
in questa fornace, su spalle pesi
opprimenti trascinano; libera
frusta schiocca su schiene nude,
dei pellegrini il passo alla lettera
comanda; degli aguzzini, per rude
violenza creati, le sembianze
non descrivo, che tali viste, crude,
al mio terrore abboccare di lenze,
come storione con alice s’inganna.
Volgendo gli occhi per cogliere assenze,
salvo fui dal loro nerbo, madonna
vidi, per poco non svenni, che fato
diverso credevo compiuto; zanna
di lupo e d’orso la mole fermato
giammai l’impeto della sua carica,
tale da sembrare dardo scagliato
al cuore del bersaglio, stoica
nel difendere dei clienti merci
e vita, dura maestra, pratica
d’ogni arma, occhi zaffiri, perderci
ancora notte volontà affiora.
Sorpresa colse lo spirito, torci
membra, volto sfigurato, d’allora
splendore ormai spento, senza parole
rimase al vedere forma logora
del suo fido scudiero: “Regole
infrangi? Leggi d’eterna fattura
rifiuti? Di così misera mole
è la croce che porti tra le mura
da non notarsi? No, vita circonda
la tua presenza e gioia matura
a vederti.” Nascosto tra la banda
dei dannati, tempo ebbi per parlare:
“Metà sei del percorso che discenda
alla foce del tutto; desiare
lumi coraggio dimostra, trappola,
temo, sarà fatta presto scattare.
Quante avventure, qual mera favola
abbiamo vissuto, le risa, ricordo,
dei tuoi canti buffi, mai parola
di scherno fu sì gradita, sguardo
attento rimembro nelle lezioni,

le notti…”. Come miele cola tardo
da alveo pieno, così brama visioni
d’allora porta e di salvare l’anima
sua a nuova vita, ma tali doni
dal guardiano non ottenni; prima

con basso miagolio, poi con morso
diniego diede. Svelato nella rima
della folla, da frusta colsi verso
sulla schiena; senza porre indugio
corsa feci del mio passo, che perso

ero se catturato. Con vantaggio
poco, dei demoni urti di filata
evasi, ratto per via torta, ligio,
di caverna attraversai l’entrata.

venerdì 23 ottobre 2009

Canto Quarto

Secondi passati immoti, di sogni
popolando con ninfe allegri giochi,
per breve sonno fui steso; ritegni
non ebbi a dormire su freddi solchi
che del luogo erano pavimento.
Ma sollievo ad orrori sì biechi
non v’è; svegliato con colpi cento
di zampa rovescio, tale la forza
da staccare teste, vidi distinto
del fido compagno le zanne. Scorza
dura la pelle, qual buccia di pesca
protegge l’interno, dolore smorza
per nulla, che la visione si offusca.
Ripresa del viandante la forma
migliore, sanato dai danni, losca
camera osservo e desiderio d’arma
volge al pensiero mio, che l’antro cupo
paure antiche richiama; rafferma
l’aria, sospiro non mette, lupo
sembiante il fumo ci avvolge tetro,
solo esso qui è presente, dirupo
profondo d’un nulla evitammo, che entro
la luce del cero l’orlo scorgemmo.
Seguendo del gatto il passo scaltro,
balzando tra crepe, gole passammo,
brecce tra rocce contando, fumose
forme e pennacchi di nebbia cogliemmo
soltanto; memore d’incendi, cose
di tempi ormai passati, l’acre odore
che respiro toglie e lacrime ombrose
fa versare all’animo mio, cuore
ancora non regge tali ricordi,

su tutto regnava. Quanto dolore
costa questo andare per corsi lordi
di fuliggine e braci ardenti? Quale
prezzo sto pagando? Quali balordi
motivi mi hanno spinto del male
traversare l’orribile distesa?
Sava, tua è la colpa e nulla sale
ad onore per quel che vidi; pesa
fardello quella spada, maledetta,
si spezzi come spezzò dell’attesa
la vita mia; mai scalare vetta
senza conoscerne i perigli angusti,
eppure a questa impresa, eri matta,
mi lanciasti; qual curiosa, vesti
spulciando, in bancarelle di mercanti
Nalimensi, del viaggio molesti
consiglieri, di sapere volenti,
foste tu e quell’incantatore vero
che a filosofare tendeva. Menti
fini tale cammino mai avrebbero
proposto! Comunque al danno compiuto
non v’è riparo, della stesa il mero
fumo tutto copriva, senza aiuto
alcuno procedemmo, ne i dannati
disturbare si poteva; di muto
lamento, i volti deformi privati
di vista, percorsi da pinnacoli
grigi che entro e fuori da stipati
corpi corrono, respiri refoli
solo permettono; qual infame
prodezza compirono, che da proli
perverse questa tortura di grame
sementi soffrono? Vedere l’ombra
d’uomo noto soffrire per lame
di fosca natura il dubbio tra membra
ghiacciate non solse. Nel vivere
nostro, della Terribile le labbra
veci per tempo fece, che collere
a Nalim non diedero danno alcuno;
ma, folle corsa, Alarico al potere
tese le mani, non trovando pruno
di frutti provvisto tra vecchie mura,
Karmisia ai propri servigi tribuno
si pose e mai a dolo fu posto cura.
Pensiero non s’ebbe per la sua sorte,
qual misero fato colse e perdura,
quando del cuore giunse la morte;
notare la sua figura tra queste
distese, stupore pose tra aperte
braccia, ma di colloquiare, triste,
non fu concesso tempo; del custode
il passo si fece cauto, viste
tra i fumi di guardiani le code.
Di esile corpo, le braccia possenti
in artigli, lo sguardo corrode
maligno del volere forza, denti
aguzzi come lame completano
il quadro; del pericolo tremanti,

tra due file ci muovemmo, d’un vano
la strada posero; non uno mosse
verso di noi, ne grido volse, strano,
quando alla porta giungemmo. Con rosse
tende a decorare l’entrata, l’antro
passammo guardinghi, nero trasse
che solo il lume di visione metro
fece. D’un tratto con sordo rumore
le ante si chiusero, di travi destro,
colsi coi lobi sinistro stridore.

sabato 17 ottobre 2009

Canto Terzo

Come l’aurora sorge tra i ghiacci,
fulgida, cristalli perenni luce
rifrange d’arcobaleni capricci,
così mi parve fatto, quando il duce
mio in cima alla scala giunse, l’antro.
Quanti gradini calcai non deduce
memoria, che chiocciola stretta dentro
la roccia seguimmo per ore; le volte
complesse, fin dalla cava di vetro,
osservai con orrore per le molte
pene che alle anime vengono imposte.
Del cero la fiamma accesa, alte
colonne di ghiaccio e stanze vaste
di colori inondavano lo spazio,
come farfalle d’estate le coste
di Angamor riempiono. Artifizio
di natura, per questi ambienti
spediti procedemmo senz’ozio,
che il gelo battere faceva i denti.
Curioso al volgere delle sale,
come gatto che esplora bastimenti
novelli, la fattura senza male
di quel luogo osservai da vicino;
narrare come posso del ferale
ambiente lo strazio che il destino
pose in cuor mio, Lhyra te invoco
a tenere la penna almeno sino
al concludere novella del loco!
Figura d’elfo colsi nella stele
di ghiaccio chiusa, occhi col fuoco
ancor vivo fissarono, fiele
stillante, la mia sagoma; subito
ritrassi d’un passo e come di tele
svelati i segreti, di kender cito
le forme, e orchetti, e nani in teche
cristalline scorsi. Per quale sito
giunsi non ricordo, di fronte a fosche
stanze fermai il mio fuggire, la guida
lasciata dietro alle sembianze losche;
come del vento il sussurrare fida
dei cantori, del lazzo e del deriso
viene fatto zimbello, così rida
chi alla mia verità si ponga inviso.
Di corpo umano la sostanza nota
pareva in quel blocco incompleto; liso
non sembrava dal tempo che ruota
senza sosta ed il volto dalla pena
sua resi libero: “Quale sorte immota
spinge un Dragone a venire sirena
di vita per l’alma di Federico
Squarcialupi? Dannato tu sei, lena
cerchi per le tue colpe? No, io dico,
vivo rimani che di corpo odore
l’aria assume.” Al cogliere aulico
del condottiero il nome, l’onore
ribelle ancora lo acclama, d’un tratto
mi trovai due passi indietro; dolore
non colsi su quell’uomo trafitto
dai veleni di Treon e il motivo
gli chiesi di questa tortura: “Atto
non feci, ne patto accettai vivo,
che per tale prigione mi condanni.
Nessun giudizio di reo viene privo
di prove, eppure emesse perenni
sentenze furono per molti. Come
giunsi in questo blocco non so, insonni
non fummo, fin quando il gelo nome
non prese. Questo solo inferno atroce,
pungente, io non osservai; quali some,
nel fuoco camminammo, qual croce
pesa la pena sulle nostre spalle;
quale motivo ti spinge alla foce
di questo corso?” Il lume di frolle
cangianti riempì la cava, fronte
faceva al buio con riflessi mille
e di Federico il quesito, errante,
rispose. Poi ratto riprese: “Breve
non è la tua via, pazzo incosciente,
che credi di ottenere? delle leve
degli Dei il vero non puoi sapere,
ne affrontare la loro ira. La neve
si scioglie in acqua per loro volere,
per loro capriccio si combattono
guerre; oltre quest’antro giacere
del fuoco, aspra pena, patrono,
ed ancora per il fumo noioso
dovrai passare; dell’acqua, non sono
certo, edotto già sei, e, curioso,
del ghiaccio la pena non sei ignaro.
Altro ho da dirti.” Giunse doloso
morso dal mio fido guardiano, raro
attacco a punire il mio andare solo:
“Attento, mortale, castigo amaro
ti spetta, da Rhas immortale.” Volo
non feci grande, del gatto la forma
seguendo dappresso, su cigolo
sospetto del pavimento, conferma
dell’ultimo dire appresi; spezzato
fu il ghiaccio che il peso poggiava orma,
e caddi nell’abisso senza fiato.

giovedì 8 ottobre 2009

Canto Secondo

Passata la porta mi trovai, d’un tratto,

in un’ampia caverna scura, che il lume
ben poco illuminava; per ogni anfratto
un’ombra rifletteva, come barlume
di paura. Fissai, chiusa la porta,
la mia guida che dell’antro le brume,
con occhi curiosi, esplorava accorta.
Quale posto era quello? Di che inferno
era parte quell’ampia grotta torta
ed inquietante? Forse qui attorno
passavano le anime condannate?
Questi quesiti tuttora discerno
tra ricordi e vaghe immagini nate
allora che la mia mente mantiene;
ma al tempo, tra scure nebbie portate
nella notte, m’accorsi da orme piene
che del gatto le tracce persi. Ratto
seguii delle zampe il corso, pene
soffrendo per il terrore che sotto
a quella volta il cuore t’attanaglia;
giunsi greve fino un passaggio rotto
nella roccia come piccola faglia.
Entro un corridoio angusto il custode
attendeva l’animo mio alla soglia;
come scavato da talpa che rode
di verdure le radici sembrava,
talmente stretto che l’avanzare ode
non merita, che pure strisciava 

la guida. Percorso il lungo budello
di rocce e massi composto, brillava
l’uscio di una fosca luce, tranello
temendo la testa sporsi cauto
e nebbia marina m’avvolse il collo.
La vista della cala rese muto
dei lamenti per il tragitto l’animo
mio; bianca spiaggia, di flauto
le melodie tra le rocce, limo
sugli scogli affioranti, splendente
tutto colse. Il felino, d’attimo
correndo, balzò su una galleggiante
barca posta a riva, pronta a salpare,
e fissò me con occhio bruciante;
altra via non v’era per cui trovare
la cava ove Rhas regnava? Non feci
in tempo la domanda a formulare,
onde enormi travolsero, dispreci
pietà, la rada frangendo forti
inondavano, e di pinne veci
i miei arti fecero; per sorti
fauste giunsi al naviglio leggero
che lentamente verso mari aperti

procedeva. Issata sull’albero
la vela, dal vento sospinti traccia
non v’era più della cala; invero
sol acqua si nota, tra i flutti breccia
non fanno scogli, ne alghe, ne d’isole
all’orizzonte si staglia la roccia;
sol onde si perdono in lente fole
fin dove l’occhio vede: caddero
gocce su vesti già zuppe e mole
felina, che sulla prua fiero
era posto, da cieli gravidi
d’acqua e saette lucenti nel nero.
Ore passarono in cerca di lidi
nuovi cui approdare, finché un guizzo
notai tra i flutti; d’umano vidi
una figura con furioso spruzzo
nuotare ratto verso il legno nostro,
ma preso venne da essere, nel mezzo
dell’impresa, di orrida specie, mostro
sembiante con coda di pesce, squame
coperto, viso deforme, indietro
spingeva il dannato; sottili lame
ferirono d’un colpo la figura.
Con sguardo furioso, come trame
spezzando, a me si volse: “Tortura
degna vuoi forse fuggire, stolto
dannato? Credi che l’anima pura
tu abbia? Uscire non potrai”. Colto
sprovvisto di difesa, il demone
con rabbia al naviglio lanciò l’assalto,
ratto saltò per prendermi; ciclone
la forza prendendo, con balzo audace
il grigio compagno come leone
con rapida zampa un braccio capace
dei quattro staccò di netto; con soffio
minaccioso per l’essere rapace
sconfitta annunciò: “Vattene! Il giusto fio,
mortale, pagherai per l’ardire
tuo.” Così parlò reggendo del graffio
il dolore. Altro disturbo all’ire
nostro non fu commesso, ma galera
imponente, scura, che al progredire
tra i flutti, dannati coglieva mera
e dannati gettava, lungi vidi
navigare l’infinita sua crociera.
Infine al viaggio in celati lidi
giungemmo ad un isolotto spoglio;
il custode per caverna intravidi
andare e dietro a lui mi mossi sveglio.

venerdì 2 ottobre 2009

Canto Primo

Nel mezzo del salon d'una taverna
mi ritrovai sul fil d'una spada
che sulla morte mia non si discerna.
Ora, della vita più si aggrada
chi tempo ha per adorarla mesto
che nera Signora accoglie rada,
e l'animo mio fu molto lesto
a rimediare fede per il vuoto
che, scuro, l'avrebbe avvolto presto.
Corsi per corso celeste ignoto,
tra nubi e cieli giunsi ratto
e il cuore alla visione è devoto;
quel che vidi, sembrare di matto
fantasia accade, seppur vero,
e di narrare a voi ne faccio fatto.
Mi trovai d'un tratto con un cero
dinanzi ad un palazzo antico,
attraversai di oro e marmo nero
il pavimento d'ingresso amico
fino ad una porta di fregi adorna;
quali gesta narrate non vi dico,
mai memoria di allora torna
di tali figure così splendenti,
di magnifica fattura le corna,
di grande perizia gli adunchi denti;
di più sfugge al mio intelletto sano.
Spinsi l'enorme portale in avanti,
leggero come piuma, fu strano,
si mosse, lasciando un grande varco
che di luce mi inondò. Come soprano
la voce supera il coro, dall'arco
giunse un profumo invitante, caldo,
di arrosto, che mi guidò entro il parco.
Tale era la sala che presi baldo
oltre l'entrata, adorna di piante,
di fiori immersa era, come araldo
mi feci avanti, cauto, l'istante
in cui vidi una tavola imbandita
e cinque scranni fatti per gigante;
attorno a tal gioia della vita,
trovai assieme gli dei antichi
che veneriamo divisi. Sita
in fitta discussione, Rhas con occhi
crudeli d'un tratto mi vide e d'ira
colma, voce possente: "Cosa cerchi?
Cosa al nostro cospetto ti attira,
misero unto di sì poco cervello?
Qual dannato vuoi, che respira
nuova vita e peggiore fardello?
Chi ti ha guidato fino alla nostra
dimora, che pur mortale non fallo
d'ingegno, visitare non osa?" Tra
tremiti e paure il lume mostrai,
con espressione stupita e tetra
gl'immortali volti attorno attirai
alla flebile fiamma, che ardeva
leggera; come in sogno serrai
il cero che così tanto prendeva

gli dei riuniti, fino a quando
m'accorsi di Faith che rideva:
"Giovane mortale, lumi cercando

sei giunto a codesto palazzo,
il pericolo imprevisto affrontando
di non tornare al vivere te avvezzo.
Folle o impavido che sia, gli inferni
di Rhas vedrai, ma nel tetro pozzo
solo non ti lascerò; perché torni
una guida esperta avrai al tuo fianco,
purché gli dei tutti in questi interni
siano d'accordo." Fu così franco
il discorso che gli altri commensali
a obiezione non diedero banco.
Lolt coperta da sottili strali
di seta, Ashanna foglie ridente,
consenso portarono senza mali,
Jaboth guerriero possente
di Rhas l'ultima parola aspettava:
"Misero stolto, mortale imprudente,
che pensi di trovare nella cava
dei più oscuri regni che io proteggo?
In quale prodigio credi ove grava
pianto d'anime morte cui traggo
l'immenso potere che possiedo?
Qualunque cosa nel regno che reggo
tu stia cercando invero non credo
la troverai; vai pure, mortale,
alle domande risposte non vedo."
Terrore colse allo sguardo regale
l'animo mio, fermo in quel luogo,
l'amaro permesso così brutale
lasciato m'aveva senza sfogo
al dire mio, che la lingua pare
di ghiaccio bruciare come rogo.
Aperta fu una porta e stagliare
sull'uscio di gatto una figura
vidi: "Giunto il tempo per te di andare,
giovane umano; Nebbia avrà cura
di portarti in salvo tra gli aviti
regni di Rhas immortale." L'oscura
porta varcai con due passi arditi.