| Lume non persi, ne steso rimasi molto, che salvo per quelle pianure non ero. Dall’arco passati rasi dell’arma persi il contatto, di mure colsi l’eterno stare tra immobili spazi; come del cantore letture, d’amori e imprese si cercano i fili, col lume ad unica fonte del gatto traccia non rinvenni, segni flebili della sua presenza scomparsi. Patto fu sciolto? Nella battaglia ai demoni non sopravvisse? Qual sorte tratto teneva ora l’animo mio, grifoni volteggiavano per volte di lame decorate, tintinnare pavoni con piume di cristallo, infame incubo, sentii attorno. Attesa non feci, ne indietro tornai per trame svelare degli ultimi dubbi, pesa il cuore abbandonare compagno, rapido mi volsi della distesa ad osservare l’aspetto maligno. In fronte stava foresta di pali composta, catene a far del legno rami e foglie, brezza leggera strali muoveva di malinconie amare, gioie perdute, di piccoli mali i dolori mostrava a perorare cause d’innocenza. Passi mossi svelto e per sentiero stretto andare presi con miraggio d’uscita; assi non notai, per il peso mio cedenti in profonda fossa caddi, riflessi non furono, per evitare, pronti, della trappola l’inganno. Da rete fui avvolto, come sarda da pescante naviglio intrappolato, tra discrete file di folli figure fui alzato e ad alto palo legato. Facete risa di giubilo i demoni fiato diedero, occhi luccicanti, labbra torte in malvagi ghigni, perlato stridore di unghie e corna su scabra colonna del loro terribile antro la punizione conobbi. Tenebra giunse e di paure, disprezzi, d’atro rimorso mi colmarono; lacrime, ancora una volta, corsero, latro, tra solchi già noti, per infime, bugiarde passioni che per piacere | dei guardiani provavo prime. Del supplizio vittima rimanere non era destino, dell’aguzzino la mole possente vidi cadere; tripudio di gioia si spanse fino a spaventare dei demoni menti, con risa accolsi del grigio felino l’attacco, le zanne nel collo entranti in breve l’essenza del servo oscuro strappò. Con rapidi colpi furenti del corpo fece brandelli, del muro di pianto briciole attorno sparse, come di Theratos, fulmine puro, la forza colpisse; con furia d’orse gravide dieci, del palo i ferri spezzò ratto, libero fui, e corse tra piloni di anime perse, verri evitando. Pena di natura aspra, quante volte siamo noi stessi, serri nella cerca del meglio nostro sopra ogni cosa, ad infliggere pene e dolori di tal guisa? Tempra d’acciaio non tutti forgiano bene, in schegge si spezza, colpi mancini tra pieghe metalliche astio ottiene, a soffrire per crudeltà, inclini a lasciare col destino la lotta, e per nostre scelte di manichini prendere forma e sentire. Retta ragione a guida va posta, moti d’animo a costante controllo metta chi dai sentimenti doli vuoti non vuole provare nella vita. Altri ostacoli nel correre noti non si fecero, tra i pali, trita sofferenza esposta, nulla si pose ad avversare il nostro ire; gradita sorpresa non fu trovare, tra rose rosso sangue e bianco neve, rovi difesa, dell’inferno le penose arcate. Varcare senza nuovi tagli possibile non era; tempo non avevamo, paura di covi nascosti ed altra trappola nel campo tenevo. Ma a soluzione diversa non giungemmo e l’irta strada, che lampo sembrava, di spine, coperta morsa, affrontammo; punture da piante molte subimmo, ma tenace corsa tenemmo, fino della meta fronte. |
RACCONTI SCRITTI IN PUNTA DI DITA, SCORRENDO COME IL PAESAGGIO A BORDO DI UN TRENO
Visualizzazione post con etichetta Commedia Elaviana. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Commedia Elaviana. Mostra tutti i post
martedì 2 marzo 2010
Canto Settimo
domenica 10 gennaio 2010
Canto Sesto
| Breve fu del pendio l’ascesa dolce, che mirare della cava scenario prese tempo e stupore; quale pulce che da schiena osserva di grimorio gli scritti arcani, così, con pupilla fissa, meraviglia appresi d’avorio, di perle e di quarzo l’arte più bella. Ma il cammino nostro per queste sale proseguire non era volto; molla scattante, il custode per portale d’alabastro e d’argenti rilucenti intraprese nuovo ire: ferale fu lo spettacolo di marcescenti paludi ricolme di pece, vasche di ceneri nere, d’incandescenti ferri per strazi, che memorie fosche di buie segrete grevi affiorano. Per quale opera di Lubas le ricche volte che questa gora anticipano furono costruite? Quale inganno viene intrapreso? Nessuna mano disturbare può il fato con senno, ne concessa scelta alle anime morte dagli dei. Eppure come sordo inno di chiacchiere scorre tra le porte, così tale splendore gloria acclama, dell’ultima battaglia piega sorte. Condotto ratto per stretta via grama tra le pozze ribollenti, macchine di sofferenza e di dolore trama, vidi a moltitudine mille, fine supplizio e rude violenza sortite, come del mattino le fredde brine, che a compassione per l’anime trite muove il cuore. Nell’ascoltare dei dannati strepiti e pervertite risa di demoni folli, urlare colsi d’umana voce del mio nome il suono; mi volsi per scovare la fonte di tale trambusto, come mi apparve ancora rimembro con orrore! Steso su tavolaccio lordo, some infernali trazione a percussore imprimono, aprire con pesante colpo mobili assi per guide more scivolano ad arti strappare, lente, dal corpo, di Jakal von Shar osservai lo strazio; con passo svelto l’aitante condottiero, con sforzo nullo, levai da quella tortura abominevole. | Non fu complesso, la macchina privai di moto; dei demoni benevole fuga fui causa io? Del mio compagno la fama fin qui era giunta? Per mole non atto allo scontro frontale, regno fece suo dell’infiltrare, sortire e sabotare; maestro di spada degno di nobili corti, fece perire molti tra i ribelli, per loro mano di questo inferno gramo prese l’ire. Sospiro trasse l’anima, malsano occhio a me volse e parole cariche di speranza sciolse: “Vivi vagano, ormai, per mondi non loro? Pudiche menti i cieli raggiungono in membra del piano terreno?” Parole parche usai per rispondere ai dubbi che ombra si posero al comprendere del fato lo strano corso: “Come faro libra luce a guidare navigli per lato di costa aspro, così la tua presenza risplende per queste gore; malato pensiero, follia ti guida, gonza voglia di sapere fin qui t’ha posto; per stima del patto che, con costanza, ci lega, odi d’un misero, pesto, lacero dannato verbo ed appello. Dei prossimi inferni, sapere mesto che poco m’allevia, questo fardello poco pesa, che a soffrire le carni sole: avanti dell’anima fallo, dei tuoi prossimi i dolori, perni a tortura volti si trasformano; della dissoluzione e di moderni piaceri la tomba proverai. Brano ancora manca al mio canto maligno, ma lume mi manca, Nuvak legano con benda nera, l’oscuro disegno non mostrano a chi cerca. Per l’anima mia l’Esarca preghi.” Altro, ritegno ebbi, non chiesi, goccia di stima discese per il Capitano, strada ripresi, tra ruote e lame, prima minaccia, passai indenne; presa spada, non so da quale fodero estratta, per affrontare demoni che rada l’accesso bloccarono fermi. Matta sapienza, che mai troverò? Preso non venni da braccia, coda trafitta in nera arcata mi lanciò disteso. |
giovedì 5 novembre 2009
Canto Quinto
| Quale strada era per me destinata? Rispondere non saprei, che l’unica corsa al mondo mortale era bloccata. Ma del gatto la coda rivendica la mia attenzione al nuovo ambiente, che la fiamma del cero nemica si pose all’ombre, vittoria mancante. Mossi due passi e su scivolo liscio caddi d’improvviso, che per levante piegava in stretta curva; come fascio che corre su ruscelli per giungere alla legnaia, così parvi, straccio, al fondo della scesa che tenere dello stomaco il contenuto impresa ardua rimase. Del corpo le sfere riprese, con occhi sognanti, tesa la mano per aiutare il compagno, del nuovo antro visione fu presa: alte colonne di fiamme, magno splendore, sostenevano la volta bruciante, ignei muri disegno tortuoso all’arena, come folta foresta, intrecciavano; di picchi, massi e ceneri nere per sciolta materia era formata, da fuochi d’eterna durata, il territorio. Come gran forno per d’argilla bricchi, che mai spegnersi deve, desiderio d’acqua induce al manovale costretto alla sua bocca, così pressante rio la corrente d’aria fece ratto ricercare di questo inferno uscita. Col custode tra le mie braccia stretto, fiamme crepitare da fiorita fessura d’uso era, per labirinto ardente il cammino presi. Bandita ogni memoria d’incendio, qual canto di sirena d’affetto privo, pire aggirando e corridoi, affranto, seguendo per lunghi tratti, dire non saprei quale breccia intrapresi che colonna di penitenti l’ire incrociai. Da grandi croci offesi di acciaio rovente, che mai stempera in questa fornace, su spalle pesi opprimenti trascinano; libera frusta schiocca su schiene nude, dei pellegrini il passo alla lettera comanda; degli aguzzini, per rude violenza creati, le sembianze | non descrivo, che tali viste, crude, al mio terrore abboccare di lenze, come storione con alice s’inganna. Volgendo gli occhi per cogliere assenze, salvo fui dal loro nerbo, madonna vidi, per poco non svenni, che fato diverso credevo compiuto; zanna di lupo e d’orso la mole fermato giammai l’impeto della sua carica, tale da sembrare dardo scagliato al cuore del bersaglio, stoica nel difendere dei clienti merci e vita, dura maestra, pratica d’ogni arma, occhi zaffiri, perderci ancora notte volontà affiora. Sorpresa colse lo spirito, torci membra, volto sfigurato, d’allora splendore ormai spento, senza parole rimase al vedere forma logora del suo fido scudiero: “Regole infrangi? Leggi d’eterna fattura rifiuti? Di così misera mole è la croce che porti tra le mura da non notarsi? No, vita circonda la tua presenza e gioia matura a vederti.” Nascosto tra la banda dei dannati, tempo ebbi per parlare: “Metà sei del percorso che discenda alla foce del tutto; desiare lumi coraggio dimostra, trappola, temo, sarà fatta presto scattare. Quante avventure, qual mera favola abbiamo vissuto, le risa, ricordo, dei tuoi canti buffi, mai parola di scherno fu sì gradita, sguardo attento rimembro nelle lezioni, le notti…”. Come miele cola tardo da alveo pieno, così brama visioni d’allora porta e di salvare l’anima sua a nuova vita, ma tali doni dal guardiano non ottenni; prima con basso miagolio, poi con morso diniego diede. Svelato nella rima della folla, da frusta colsi verso sulla schiena; senza porre indugio corsa feci del mio passo, che perso ero se catturato. Con vantaggio poco, dei demoni urti di filata evasi, ratto per via torta, ligio, di caverna attraversai l’entrata. |
venerdì 23 ottobre 2009
Canto Quarto
| Secondi passati immoti, di sogni popolando con ninfe allegri giochi, per breve sonno fui steso; ritegni non ebbi a dormire su freddi solchi che del luogo erano pavimento. Ma sollievo ad orrori sì biechi non v’è; svegliato con colpi cento di zampa rovescio, tale la forza da staccare teste, vidi distinto del fido compagno le zanne. Scorza dura la pelle, qual buccia di pesca protegge l’interno, dolore smorza per nulla, che la visione si offusca. Ripresa del viandante la forma migliore, sanato dai danni, losca camera osservo e desiderio d’arma volge al pensiero mio, che l’antro cupo paure antiche richiama; rafferma l’aria, sospiro non mette, lupo sembiante il fumo ci avvolge tetro, solo esso qui è presente, dirupo profondo d’un nulla evitammo, che entro la luce del cero l’orlo scorgemmo. Seguendo del gatto il passo scaltro, balzando tra crepe, gole passammo, brecce tra rocce contando, fumose forme e pennacchi di nebbia cogliemmo soltanto; memore d’incendi, cose di tempi ormai passati, l’acre odore che respiro toglie e lacrime ombrose fa versare all’animo mio, cuore ancora non regge tali ricordi, su tutto regnava. Quanto dolore costa questo andare per corsi lordi di fuliggine e braci ardenti? Quale prezzo sto pagando? Quali balordi motivi mi hanno spinto del male traversare l’orribile distesa? Sava, tua è la colpa e nulla sale ad onore per quel che vidi; pesa fardello quella spada, maledetta, si spezzi come spezzò dell’attesa la vita mia; mai scalare vetta senza conoscerne i perigli angusti, eppure a questa impresa, eri matta, mi lanciasti; qual curiosa, vesti spulciando, in bancarelle di mercanti Nalimensi, del viaggio molesti consiglieri, di sapere volenti, foste tu e quell’incantatore vero | che a filosofare tendeva. Menti fini tale cammino mai avrebbero proposto! Comunque al danno compiuto non v’è riparo, della stesa il mero fumo tutto copriva, senza aiuto alcuno procedemmo, ne i dannati disturbare si poteva; di muto lamento, i volti deformi privati di vista, percorsi da pinnacoli grigi che entro e fuori da stipati corpi corrono, respiri refoli solo permettono; qual infame prodezza compirono, che da proli perverse questa tortura di grame sementi soffrono? Vedere l’ombra d’uomo noto soffrire per lame di fosca natura il dubbio tra membra ghiacciate non solse. Nel vivere nostro, della Terribile le labbra veci per tempo fece, che collere a Nalim non diedero danno alcuno; ma, folle corsa, Alarico al potere tese le mani, non trovando pruno di frutti provvisto tra vecchie mura, Karmisia ai propri servigi tribuno si pose e mai a dolo fu posto cura. Pensiero non s’ebbe per la sua sorte, qual misero fato colse e perdura, quando del cuore giunse la morte; notare la sua figura tra queste distese, stupore pose tra aperte braccia, ma di colloquiare, triste, non fu concesso tempo; del custode il passo si fece cauto, viste tra i fumi di guardiani le code. Di esile corpo, le braccia possenti in artigli, lo sguardo corrode maligno del volere forza, denti aguzzi come lame completano il quadro; del pericolo tremanti, tra due file ci muovemmo, d’un vano la strada posero; non uno mosse verso di noi, ne grido volse, strano, quando alla porta giungemmo. Con rosse tende a decorare l’entrata, l’antro passammo guardinghi, nero trasse che solo il lume di visione metro fece. D’un tratto con sordo rumore le ante si chiusero, di travi destro, colsi coi lobi sinistro stridore. |
sabato 17 ottobre 2009
Canto Terzo
| Come l’aurora sorge tra i ghiacci, fulgida, cristalli perenni luce rifrange d’arcobaleni capricci, così mi parve fatto, quando il duce mio in cima alla scala giunse, l’antro. Quanti gradini calcai non deduce memoria, che chiocciola stretta dentro la roccia seguimmo per ore; le volte complesse, fin dalla cava di vetro, osservai con orrore per le molte pene che alle anime vengono imposte. Del cero la fiamma accesa, alte colonne di ghiaccio e stanze vaste di colori inondavano lo spazio, come farfalle d’estate le coste di Angamor riempiono. Artifizio di natura, per questi ambienti spediti procedemmo senz’ozio, che il gelo battere faceva i denti. Curioso al volgere delle sale, come gatto che esplora bastimenti novelli, la fattura senza male di quel luogo osservai da vicino; narrare come posso del ferale ambiente lo strazio che il destino pose in cuor mio, Lhyra te invoco a tenere la penna almeno sino al concludere novella del loco! Figura d’elfo colsi nella stele di ghiaccio chiusa, occhi col fuoco ancor vivo fissarono, fiele stillante, la mia sagoma; subito ritrassi d’un passo e come di tele svelati i segreti, di kender cito le forme, e orchetti, e nani in teche cristalline scorsi. Per quale sito giunsi non ricordo, di fronte a fosche stanze fermai il mio fuggire, la guida lasciata dietro alle sembianze losche; come del vento il sussurrare fida dei cantori, del lazzo e del deriso viene fatto zimbello, così rida chi alla mia verità si ponga inviso. Di corpo umano la sostanza nota pareva in quel blocco incompleto; liso non sembrava dal tempo che ruota senza sosta ed il volto dalla pena sua resi libero: “Quale sorte immota spinge un Dragone a venire sirena di vita per l’alma di Federico | Squarcialupi? Dannato tu sei, lena cerchi per le tue colpe? No, io dico, vivo rimani che di corpo odore l’aria assume.” Al cogliere aulico del condottiero il nome, l’onore ribelle ancora lo acclama, d’un tratto mi trovai due passi indietro; dolore non colsi su quell’uomo trafitto dai veleni di Treon e il motivo gli chiesi di questa tortura: “Atto non feci, ne patto accettai vivo, che per tale prigione mi condanni. Nessun giudizio di reo viene privo di prove, eppure emesse perenni sentenze furono per molti. Come giunsi in questo blocco non so, insonni non fummo, fin quando il gelo nome non prese. Questo solo inferno atroce, pungente, io non osservai; quali some, nel fuoco camminammo, qual croce pesa la pena sulle nostre spalle; quale motivo ti spinge alla foce di questo corso?” Il lume di frolle cangianti riempì la cava, fronte faceva al buio con riflessi mille e di Federico il quesito, errante, rispose. Poi ratto riprese: “Breve non è la tua via, pazzo incosciente, che credi di ottenere? delle leve degli Dei il vero non puoi sapere, ne affrontare la loro ira. La neve si scioglie in acqua per loro volere, per loro capriccio si combattono guerre; oltre quest’antro giacere del fuoco, aspra pena, patrono, ed ancora per il fumo noioso dovrai passare; dell’acqua, non sono certo, edotto già sei, e, curioso, del ghiaccio la pena non sei ignaro. Altro ho da dirti.” Giunse doloso morso dal mio fido guardiano, raro attacco a punire il mio andare solo: “Attento, mortale, castigo amaro ti spetta, da Rhas immortale.” Volo non feci grande, del gatto la forma seguendo dappresso, su cigolo sospetto del pavimento, conferma dell’ultimo dire appresi; spezzato fu il ghiaccio che il peso poggiava orma, e caddi nell’abisso senza fiato. |
giovedì 8 ottobre 2009
Canto Secondo
| Passata la porta mi trovai, d’un tratto,
in un’ampia caverna scura, che il lume ben poco illuminava; per ogni anfratto un’ombra rifletteva, come barlume di paura. Fissai, chiusa la porta, la mia guida che dell’antro le brume, con occhi curiosi, esplorava accorta. Quale posto era quello? Di che inferno era parte quell’ampia grotta torta ed inquietante? Forse qui attorno passavano le anime condannate? Questi quesiti tuttora discerno tra ricordi e vaghe immagini nate allora che la mia mente mantiene; ma al tempo, tra scure nebbie portate nella notte, m’accorsi da orme piene che del gatto le tracce persi. Ratto seguii delle zampe il corso, pene soffrendo per il terrore che sotto a quella volta il cuore t’attanaglia; giunsi greve fino un passaggio rotto nella roccia come piccola faglia. Entro un corridoio angusto il custode attendeva l’animo mio alla soglia; come scavato da talpa che rode di verdure le radici sembrava, talmente stretto che l’avanzare ode non merita, che pure strisciava la guida. Percorso il lungo budello di rocce e massi composto, brillava l’uscio di una fosca luce, tranello temendo la testa sporsi cauto e nebbia marina m’avvolse il collo. La vista della cala rese muto dei lamenti per il tragitto l’animo mio; bianca spiaggia, di flauto le melodie tra le rocce, limo sugli scogli affioranti, splendente tutto colse. Il felino, d’attimo correndo, balzò su una galleggiante barca posta a riva, pronta a salpare, e fissò me con occhio bruciante; altra via non v’era per cui trovare la cava ove Rhas regnava? Non feci in tempo la domanda a formulare, onde enormi travolsero, dispreci pietà, la rada frangendo forti inondavano, e di pinne veci i miei arti fecero; per sorti fauste giunsi al naviglio leggero | che lentamente verso mari aperti
procedeva. Issata sull’albero la vela, dal vento sospinti traccia non v’era più della cala; invero sol acqua si nota, tra i flutti breccia non fanno scogli, ne alghe, ne d’isole all’orizzonte si staglia la roccia; sol onde si perdono in lente fole fin dove l’occhio vede: caddero gocce su vesti già zuppe e mole felina, che sulla prua fiero era posto, da cieli gravidi d’acqua e saette lucenti nel nero. Ore passarono in cerca di lidi nuovi cui approdare, finché un guizzo notai tra i flutti; d’umano vidi una figura con furioso spruzzo nuotare ratto verso il legno nostro, ma preso venne da essere, nel mezzo dell’impresa, di orrida specie, mostro sembiante con coda di pesce, squame coperto, viso deforme, indietro spingeva il dannato; sottili lame ferirono d’un colpo la figura. Con sguardo furioso, come trame spezzando, a me si volse: “Tortura degna vuoi forse fuggire, stolto dannato? Credi che l’anima pura tu abbia? Uscire non potrai”. Colto sprovvisto di difesa, il demone con rabbia al naviglio lanciò l’assalto, ratto saltò per prendermi; ciclone la forza prendendo, con balzo audace il grigio compagno come leone con rapida zampa un braccio capace dei quattro staccò di netto; con soffio minaccioso per l’essere rapace sconfitta annunciò: “Vattene! Il giusto fio, mortale, pagherai per l’ardire tuo.” Così parlò reggendo del graffio il dolore. Altro disturbo all’ire nostro non fu commesso, ma galera imponente, scura, che al progredire tra i flutti, dannati coglieva mera e dannati gettava, lungi vidi navigare l’infinita sua crociera. Infine al viaggio in celati lidi giungemmo ad un isolotto spoglio; il custode per caverna intravidi andare e dietro a lui mi mossi sveglio. |
venerdì 2 ottobre 2009
Canto Primo
| Nel mezzo del salon d'una taverna mi ritrovai sul fil d'una spada che sulla morte mia non si discerna. Ora, della vita più si aggrada chi tempo ha per adorarla mesto che nera Signora accoglie rada, e l'animo mio fu molto lesto a rimediare fede per il vuoto che, scuro, l'avrebbe avvolto presto. Corsi per corso celeste ignoto, tra nubi e cieli giunsi ratto e il cuore alla visione è devoto; quel che vidi, sembrare di matto fantasia accade, seppur vero, e di narrare a voi ne faccio fatto. Mi trovai d'un tratto con un cero dinanzi ad un palazzo antico, attraversai di oro e marmo nero il pavimento d'ingresso amico fino ad una porta di fregi adorna; quali gesta narrate non vi dico, mai memoria di allora torna di tali figure così splendenti, di magnifica fattura le corna, di grande perizia gli adunchi denti; di più sfugge al mio intelletto sano. Spinsi l'enorme portale in avanti, leggero come piuma, fu strano, si mosse, lasciando un grande varco che di luce mi inondò. Come soprano la voce supera il coro, dall'arco giunse un profumo invitante, caldo, di arrosto, che mi guidò entro il parco. Tale era la sala che presi baldo oltre l'entrata, adorna di piante, di fiori immersa era, come araldo mi feci avanti, cauto, l'istante in cui vidi una tavola imbandita e cinque scranni fatti per gigante; attorno a tal gioia della vita, trovai assieme gli dei antichi che veneriamo divisi. Sita in fitta discussione, Rhas con occhi crudeli d'un tratto mi vide e d'ira colma, voce possente: "Cosa cerchi? Cosa al nostro cospetto ti attira, misero unto di sì poco cervello? Qual dannato vuoi, che respira nuova vita e peggiore fardello? Chi ti ha guidato fino alla nostra | dimora, che pur mortale non fallo d'ingegno, visitare non osa?" Tra tremiti e paure il lume mostrai, con espressione stupita e tetra gl'immortali volti attorno attirai alla flebile fiamma, che ardeva leggera; come in sogno serrai il cero che così tanto prendeva gli dei riuniti, fino a quando m'accorsi di Faith che rideva: "Giovane mortale, lumi cercando sei giunto a codesto palazzo, il pericolo imprevisto affrontando di non tornare al vivere te avvezzo. Folle o impavido che sia, gli inferni di Rhas vedrai, ma nel tetro pozzo solo non ti lascerò; perché torni una guida esperta avrai al tuo fianco, purché gli dei tutti in questi interni siano d'accordo." Fu così franco il discorso che gli altri commensali a obiezione non diedero banco. Lolt coperta da sottili strali di seta, Ashanna foglie ridente, consenso portarono senza mali, Jaboth guerriero possente di Rhas l'ultima parola aspettava: "Misero stolto, mortale imprudente, che pensi di trovare nella cava dei più oscuri regni che io proteggo? In quale prodigio credi ove grava pianto d'anime morte cui traggo l'immenso potere che possiedo? Qualunque cosa nel regno che reggo tu stia cercando invero non credo la troverai; vai pure, mortale, alle domande risposte non vedo." Terrore colse allo sguardo regale l'animo mio, fermo in quel luogo, l'amaro permesso così brutale lasciato m'aveva senza sfogo al dire mio, che la lingua pare di ghiaccio bruciare come rogo. Aperta fu una porta e stagliare sull'uscio di gatto una figura vidi: "Giunto il tempo per te di andare, giovane umano; Nebbia avrà cura di portarti in salvo tra gli aviti regni di Rhas immortale." L'oscura porta varcai con due passi arditi. |
Iscriviti a:
Post (Atom)